LA CRESCITA DELLA CINA E’ AI MINIMI DEGLI ULTIMI 25 ANNI

Nei primi tre mesi del 2016, il debito cinese è salito al record del 237% rispetto al Pil. Oltre 25 trilioni di dollari: la massa debitoria più alta del mondo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il debito cinese sarebbe addirittura  al 249%. Anche la crescita è da primato, più sostenuta di qualsiasi altra potenza emergente.  Ad allarmare i mercati è l’accelerazione della esposizione cinese: a fine 2007 il debito era pari al 148% del Pil. In nessun paese del G20 la crescita è mai stata tanto rapida. Se fosse accaduto una decina di anni fa, il problema sarebbe stato circoscritto alla regione asiatica. La connessione finanziaria ed economica tra la Cina ed il resto del mondo oggi è invece tale che il boom del debito del paese del Dragone minaccia di avere conseguenze globali. Bisogna poi tenere presente la esposizione delle banche di Stato e delle amministrazioni locali, su cui preme una montagna di crediti inesigibili. Dopo il trentennio del successo, su Pechino incombe per la prima volta l’allarme globale di una vera crisi cinese.

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In marzo, l’andamento delle merci in uscita dal paese ha registrato un +11,5% su base annua: il primo balzo positivo in nove mesi! In cifre assolute, il valore delle esportazioni è stato 160,8 miliardi di dollari, mentre il valore delle importazioni è stato di 131 miliardi, con un calo del 13,8%. Potrebbe trattarsi di una inversione di tendenza rispetto a quanto si è verificato negli ultimi tempi. La Cina sta cercando di rendersi sempre più indipendente dalla domanda esterna.

Nell’ambito del Piano Quinquennale, l’anno in corso prevede le “ristrutturazione sul fronte dell’offerta”: una vasta gamma di politiche, volte a stimolare la crescita economica e a migliorare il tenore di vita. In primo luogo, deve essere eliminata la capacità produttiva in eccesso delle imprese di Stato nel settore dell’acciaio e del carbone. Questo comporta la perdita di quattro milioni di lavoratori, pari allo 0,5% della capacità produttiva cinese. La Cina inoltre trasferirà milioni di persone dalle zone agricole a bassa produttività in una decina di città nuove a, con l’ambizioso progetto di costruire altri 50 aeroporti e migliaia di strade e ferrovie. Le autorità hanno anche pubblicizzato il progetto “One Belt, One Road” che sfrutterà l’assistenza finanziaria e le risorse cinesi per sviluppare porti, ferrovie e autostrade che collegano la Cina ad altre parti dell’Asia e potenzialmente dell’Europa.

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L’ammissione dello yuan nel paniere di valute internazionali del Fondo Monetario impediscono alla People’s Bank of China (Pboc) di mantenere l cambio fisso con il dollaro ad oltranza. Tuttavia con il rialzo dei tassi Usa e l’economia che continua a peggiorare, le pressioni al ribasso sullo yuan stanno aumentando. E’ solo con l’utilizzo massiccio delle sue riserve valutarie che la Pboc sta riuscendo a gestire la propria “ritirata strategica”. Già 700 miliardi di dollari sono stati impiegati nella difesa del cambio ed il livello complessivo delle riserve resta enorme (3300 miliardi). Ecco dunque che è necessario che aumentino gli stimoli monetari in Europa e in Giappone.

Da quando lo yuan è diventato moneta di riserva, il cambio offshore, cioè di mercato, ed il cambio ufficiale si sono allineati. D’altra parte, le regole del FMI sono rigide: se una moneta non ha il valore che il mercato le assegna, non può fare parte delle monete di riserva.

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Da fine febbraio 2016,Liu Shiyu è il nuovo Presidente della China Security Regulatory Commission, la Consob cinese. Meglio cambiare! Il suo predecessore Xiao Gang è stato silurato, dopo i crolli della Borsa cinese. L’asse Shanghai-Hong Kong non è riuscito ad attrarre capitali stranieri verso il Dragone, ma ha contribuito alla formazione della bolla esplosa nell’agosto 2015. Inoltre, il circuito automatico di interruzione degli scambi, avviato a gennaio, si è rivelato un fallimento.   Si spera che il nuovo presidente porti un poco di ottimismo!

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Crollo di Shanghai che ha perso oltre il 6% per i timori sulla tenuta dell’industria manifatturiera

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Nel fine settimana è emerso che le riserve in valuta estera della Cina si sono ancora assottigliate ai minimi dal 2012, per far fronte alle instabilità del cambio e dei mercati finanziari, anche se sono ancora abbondanti.

 

 Le azioni della banca centrale cinese per bloccare la pressione al ribasso dello yuan hanno inciso sulle scorte dell’istituto, che sono scese a gennaio di 99,5 miliardi di dollari a quota 3.230, il livello più basso dal 2012.

Si tratta di un calo inferiore a quanto previsto dalla media degli analisti. Incidono le misure restrittive imposte dalla banca centrale sui cambi e per arginare il deflusso di capitali, seppure l’obiettivo resti quello di arrivare a quotazioni fissate dal mercato.

La People’s Bank of China è intervenuta più volte vendendo dollari dopo le forti turbolenze che hanno colpito i mercati azionari a seguito dei dati sempre più negativi sullo stato dell’economia del Paese. L’istituto ha svalutato la moneta a inizio anno, dopo averlo fatto ad agosto 2015, cercando poi di stabilizzare il mercato anche attraverso una serie di provvedimenti restrittivi e minacce di sanzioni.

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Il governo cinese stima per il 2016 una crescita del proprio Pil nel 2016 tra il 6,5% e il 7%, mentre oggi l’indice Pmi servizi è tornato a salire ai massimi da luglio.

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Secondo la Cina Index Academy, la Repubblica Popolare ha ormai 6,2 miliardi di mq di patrimonio immobiliare invenduto. Se i tassi di vendita rimangono stabili, ci vorranno almeno cinque anni perché il costruito venga venduto e generi guadagni da reinvestire. Lo scorso anno gli investimenti immobiliari hanno toccato il punto più basso dal 1998. Il problema è che il 67% degli immobili in vendita è in città di terza e quarta fascia, dove sono in pochi ad abitare. Secondo l’Orient Capital Research si tratterebbe di un valore pari al 17% del Pil. Si tratta di una pericolosa frenata del gigantesco progetto di urbanizzazione cinese.

Nel 2011 la popolazione urbana cinese ha superato quella rurale. Le autorità hanno pianificato che nel 2020 il 60% della popolazione cinese vivrà in città. Almeno 150 milioni di persone si dovranno trasferire. Ci saranno più consumatori e meno contadini, più terziario e meno produzione. E’ l’obiettivo di una transizione verso una economia guidata dai consumi.

Lo sviluppo immobiliare è stato  una delle soluzioni preferite dai governi locali per fronteggiare il debito. La costruzione di complessi residenziali e di lusso permette di aumentare notevolmente il valore del lotto di terra originario. Il risultato sono le innumerevoli “città fantasma”, conglomerati urbani di recente costruzione , nati in attesa della massa di popolazione che si dovrebbe trasferire in città. Molte di queste realtà non si sono mai riempite e, più passa il tempo,   meno probabilità hanno di esserlo. Costruzioni tirate su in fretta e spesso con materiali scadenti.

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Il 28 gennaio 2016 la Banca centrale cinese è intervenuta con una nuova iniezione di liquidità da oltre 50 miliardi di dollari, ma non è bastata ad evitare un’altra chiusura pesante per la Borsa di Shanghai, con l’indice Composite che è sceso a 2.655,66 punti (-2,92%). Gli investitori hanno accusato il colpo del settimo calo consecutivo dei dati sull’industria cinese, oltre alle incertezze derivanti dalla volatilità del petrolio. E’ andata peggio a Shenzhen, che ha perso il 4,18%, mentre Hong Kong ha spuntato un +0,75%.

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Il 26 gennaio 2015 va male Shanghai che chiude in calo del 6,4% a causa del clima da panico generale. Calo drammatico anche per la Borsa di Shenzhen, la seconda più importante della Cina, con l’indice Component che crolla a 9.483,55 punti a -6,96%.

Il nuovo crollo tonfo della Cina arriva nonostante le forti iniezioni di liquidità della banca centrale cinese (Pboc) alla vigilia delle festività per il nuovo anno lunare che inizierà i primi di febbraio. La Pboc ha infatti deciso di immettere 440 miliardi di yuan (l’equivalente di circa 62 miliardi di euro) nel sistema finanziario per soddisfare le accresciute esigenze di contante che di solito si verificano prima del Capodanno cinese. Inoltre, per l’occasione, le imprese pagano stipendi e bonus annuali ai dipendenti, fattore che incide sulla crisi di liquidità.

Quali le possibili cause? Gli investitori sono preoccupati in Asia dalle scorte ferme, dai conseguenti prezzi del petrolio tornati vicino a minimi pluriennali e da una Cina in forte rallentamento. A questo si aggiunga il piano della Federal Reserve di alzare i tassi di interesse nel 2016, che favorirebbe la fuga dei capitali verso gli Stati Uniti.

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Nel 2015 il Pil cinese è cresciuto del 6.9%: si tratta del progresso più basso dal 1990, quando la Cina crebbe solo del 3.8% a seguito delle sanzioni conseguenti alla repressione di Piazza Tiananmen. Il dato è leggermente più baso rispetto al +7% previsto dal governo. Nell’ultimo trimestre, la crescita è stata del 6.8%, in linea con le previsioni.

Le borse cinesi non hanno registrato scossoni ed hanno anzi chiuso in rialzo. Shanghai ha guadagnato il 3.2% e Shenzen il 3.6%. Hong Kong è salita dell’1.6%. Gli analisti si aspettano ulteriori stimoli da parte delle autorità.

Secondo il National Bureau of Statistics, il progresso degli investimenti in fabbriche, abitazioni e beni immobili è sceso del 2.9%, fermandosi al 12%.Le vendite al dettaglio sono cresciute del 10.6% rispetto al 12% registrato nel 2014. Le esportazioni sono diminuite del 7.6% su base annua. E’ salita del 33.3% la spesa per il commercio online rispetto al 2014.

Il Partito Comunista sta cercando di governare la transizione da un modello di sviluppo basato sulle esportazioni e sugli investimenti in infrastrutture ad uno incentrato sui consumi interni. Si tratta di un passaggio complesso che ha comportato una costante diminuzione del tasso di crescita negli ultimi 5 anni.

Tutto ciò produce turbolenze sui mercati finanziari, che sono ancora pesantemente condizionati dagli interventi dello Stato, quali acquisti di azioni da parte di gruppi pubblici e norme che limitano la libertà di vendere titoli. Lo Stato aveva anche introdotto un meccanismo di interruzione automatica delle contrattazioni giornaliere in caso di perdite superiori al 7%, dopo i crolli borsistici di inizio anno. La norma è poi stata abolita, perché giudicata troppo dirigistica dagli analisti internazionali.  Va altresì ricordato che la Banca Centrale aveva tagliato 6 volte i tassi di interesse nel corso del 2014.

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