SVALUTAZIONE DELLO YUAN (O RENMIMBI) E CROLLI DI BORSA

Il 6 gennaio 2016 le borse cinesi sono state chiuse in anticipo, appena dopo l’apertura, dopo un ulteriore crollo di oltre il 7% che ha innescato il meccanismo di “interruttore” automatico e dopo l’annuncio ufficiale di una perdita dello yuan, la più alta dal mese di agosto.

È la seconda volta questa settimana che il meccanismo di sospensione automatica delle contrattazioni viene attivato. Le borse di Shanghai e Shenzhen già lunedì avevano chiuso in anticipo dopo un altro scivolone. Al momento della chiusura anticipata quest’oggi, meno di mezz’ora dopo l’inizio delle operazioni, l’indice composito della borsa di Shanghai aveva perso il 7,32%, pari a 245,95 punti, arrivando a 3.115,89. La borsa di Shenzhen aveva lasciato sul terreno l’8,35% pari a 178,08 punti, collocandosi a 1.955,88. Ad accentuare i timori degli investitori internazionali è l’accelerato deprezzamento dello yuan, che lascia intravedere problemi più seri del previsto per l’economia cinese.

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Il giorno dopo il grande ribasso mondiale del 4 gennaio 2015 che ha visto crollare i mercati dall’Asia agli Stati Uniti, arriva il primo segno di un rasserenamento dalla Cina che aveva dato il via al lunedì nero. Le borse cinesi, che hanno provocato un calo globale, sembrano tranquillizzarsi. Shanghai ha chiuso a -0,23%, dopo il -6,9% di lunedì. L’indice ha fatto avanti e indietro tra rialzo e ribasso sull’onda delle nuove misure di liquidità decise da Pechino (sono stati immessi 20 miliardi).

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Il Comitato esecutivo del Fondo Monetario Internazionale ha approvato la inclusione del renmimbi nel paniere delle monete di riserva che costituiscono i Diritti Speciali di Prelievo (30 novembre 2015).

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La Cina preoccupa per la forte quantità di derivati in pancia alle sue banche. I primi quattro istituti (la Bank of China, la Agricultural Bank of China, la China Construction Bank e la Industrial and Commercial Bank) hanno da sole esposizioni totali per una somma che vale il 20% in più del pil cinese

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Dice Catherine Yeung, Direttore Investimenti Asia di Fidelity Worldwide Investment: “Il dato relativo al prodotto interno lordo, su cui molti si concentrano, nasconde una realtà molto complessa e, sotto certi aspetti, risulta addirittura fuorviante. Le autorità di Pechino sono impegnate in una opera di profondissima riforma dello Stato e della economia che non tarderà a dare i propri frutti. Passando però da una economia dipendente dall’export e dagli investimenti pubblici a una basata maggiormente sui consumi, risulta inevitabile che il Pil rallenti. Si tratta di una dinamica prevista che non dovrebbe sorprendere più di tanto e mi stupisce che invece non sia così”.

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Nonostante la bolla in Borsa e lo yuan svalutato, nel terzo trimestre il Pil della Cina è cresciuto del 6,9%, il passo più lento dalla crisi finanziaria del 2009.  La Cina continua a rallentare, ma meno del previsto, visto che i sondaggi tra gli economisti internazionali avevano indicato un +6,7-6,8 di crescita del Prodotto interno lordo. Il 6,9% nel terzo trimestre viene dopo che nei primi sei mesi dell’anno l’espansione della seconda economia del mondo si era attestata al 7%.

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Nel mese di settembre, le importazioni cinesi sono diminuite del 17,7%: un brutto segnale che la dice lunga sulle attuali difficoltà della economia cinese!

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Si ha la sensazione che dietro la turbolenza delle Borse, ci sia una situazione di incertezza, alimentata da contrasti al vertice. Coloro che hanno tratto vantaggio dalla politica della “crescita ad ogni costo”, basata sulle esportazioni e sulla costruzione di grandi infrastrutture, sono ancora molto forti e certo non apprezzano il nuovo corso che vuole privilegiare i consumi interni.

In un quadro di incertezza provocato dallo scontro di forze contrapposte, il taglio dei tassi di fine agosto e la minisvalutazione dello yuan sono stare mosse obbligate per tenere sotto controllo la situazione. L’apertura alle Banche centrali estere al Foreign Exchange di yuan direttamente sul mercato cinese rappresenta una ulteriore mossa verso la flessibilità.

Intanto però ci si interroga sull’impatto del crollo della borsa cinese e delle manovre di politica monetaria sulla economia reale, sia cinese, sia di altri paesi come gli Usa. Janet Yellen non sottovaluta il problema e così la Fed ha ulteriormente rinviato il tanto atteso rialzo dei tassi.

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Finalmente il 27 agosto il listino di Shanghai sale del 5.3%, mentre lo Hang Seng di Hong Kong sale del 3.6%. E’ finita la tempesta? Aspettare e vedere!

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25 agosto, altro crollo! La Borsa di Shanghai chiude a -7.62%. Siamo sotto la soglia critica di 3000 punti, che veniva indicata come il livello chiave, sotto cui sarebbe scattato il “panic selling”. Come puntualmente accaduto! La Banca centrale cinese ha deciso un ulteriore taglio dei tassi dello 0.5%. Inoltre ha iniettato 22.43 miliardi di dollari per tentare di frenare le vendite! Anche la Borsa di Tokyo chiude in forte ribasso: l’indice Nikkei dei 225 titoli guida scende del 3.96%. Le Borse europee mettono invece a segno una forte crescita.

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Il 24 agosto 2015 sarà ricordato come una delle giornate peggiori per le Borse! La Borsa di Shanghai perde l’8.5%e si riporta al livello di fine 2014, azzerando tutti guadagni del 2015. C’è il timore di una duratura frenata della economia cinese e si teme che la Cina manipoli i dati per nascondere la gravità della situazione economica.

Il panico ha investito il Nikkei di Tokio che ha perso il 4.61% e si è propagato in Europa, dove l’indice Stoxx 600 che scende del 5.39%. Milano perde il5.96%, il Dax di Francoforte il 4.7%, il Ftse 100 di Londra il 4.67% e il Cac di Parigi il 5.35%.

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Il 21 agosto nuovo crollo di Shanghai: – 4.3%. Spaventa il forte calo del Pmi manifatturiero in Cina che è precipitato a 47.1 punti, il livello più basso da  oltre sei anni. Cresce l’allarme sullo stato di salute della economia cinese.

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Il 19 agosto l’indice Shanghai Composite ha guadagnato l’1,23% a 3794 punti e lo Shenzhen Component ha chiuso a +2,18% a 12960 punti.

Da metà giugno i listini cinesi hanno perso il 27%.

Il 18 agosto nuova giornata nera! Il listino di Shanghai ha chiuso in ribasso del 6,15%, mentre quello di Shenzhen ha perso il 6,58%. Le vendite sono partite con l’iniezione dl liquidità da 17 miliardi di euro da parte della Banca centrale cinese, anche per compensare la fuga di capitali all’estero. E’ un provvedimento che dimostra la necessità di continue misure di sostegno!

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Dopo tre giorni consecutivi di netta svalutazione, lo yuan sembra essersi stabilizzato. Martedì 11 agosto è arrivato a sorpresa il taglio del 2% della banda di oscillazione dello yuan rispetto al dollaro. Mercoledì 12 c’è stata una svalutazione ulteriore dell’1.60%. Dopo un ulteriore calo ieri, oggi 14 agosto la People’s Bank of China ha fissato la parità centrale di riferimento a 6,3975 sul dollaro, in lieve rialzo rispetto al 6,401 di ieri.

Le autorità di Pechino hanno così ottenuto questa settimana un deprezzamento dello yuan del 4,4% che è il maggiore dal 1994. Il vicegovernatore Yi Gang ha sostenuto che l’obiettivo è “quello di lasciare che sia il mercato a decidere il tasso di cambio della moneta cinese, per cui la Pboc si asterrà da interventi regolari sul mercato dei cambi”. Ha inoltre aggiunto che il tasso di cambio verrà mantenuto a un livello “più o meno stabile” e “ragionevole”. Per dare maggiore peso alle forze di mercato, la Pboc ha preso a riferimento i livelli spot per fissare la parità centrale giornaliera (resta in vigore la banda di oscillazione del 2% al giorno). Come noto, La Pboc ha uno stretto controllo del tasso di cambio. Ogni giorno, a fine seduta, fissa la parità dello yuan, il cosiddetto “midpoint”. Secondo i trader, ieri gruppi finanziari statali hanno venduto dollari per frenare la discesa dello yuan. Molti economisti pensano che le autorità cinesi abbiano usato la leva del cambio per stimolare l’economia, dato che l’export cinese è sceso dell’8.3% su base annua.

Sia le Borse occidentali che orientali, dopo forti cali, al terzo giorno hanno reagito con moderati rialzi. Hanno accusato forti perdite le imprese del lusso ed i titoli automobilistici tedeschi che hanno puntato sulla Cina. Ribassano anche le materie prime.

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La svalutazione, astutamente inquadrata in una riforma del sistema di fissazione dei cambi, ha ricevuto la “benedizione” del Fondo Monetario Internazionale, che lo ha considerato un passo in direzione del conferimento alle forze di mercato di un ruolo decisivo nell’economia. Il nuovo meccanismo, annunciato dalla banca centrale cinese per la determinazione della parità centrale, avrà un impatto commisurato alla sua attuazione pratica. Un tasso di cambio maggiormente determinato dal mercato va visto anche alla luce delle aspirazioni cinesi all’ingresso dello yuan nella composizione del paniere internazionale dei diritti speciali di prelievo (SDR). Lo yuan però non è ancora convertibile e non può quindi essere una riserva.

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