BOOM E CROLLI DELLA BORSA CINESE

A una ventina di giorni dal crollo dell8 luglio,  le borse cinesi tornano improvvisamente a perdere terreno. Il listino Shanghai lunedì è arretrato dell’8,48%, in quella che è stata la peggior seduta dal febbraio 2007. Shenzhen ha invece ceduto il 7%. A pesare sono i timori degli investitori per la tenuta dell’economia cinese dopo la diffusione dei dati sull’andamento degli utili delle imprese a giugno che hanno fatto segnare un -0,3% rispetto all’anno precedente e al +0,6% registrato a maggio. Ha contribuito al crollo dei titoli cinese anche il calo dell’indice dei tioli It che è arrivato a perdere il 3%.  Gli energici provvedimenti governativi hanno avuto un effetto transitorio.

Da novembre, la banca centrale cinese ha tagliato per quattro volte i tassi d’interesse nel tentativo di stimolare la crescita.

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Secondo giorno di forte rimbalzo per le Borse cinesi dopo che il governo è intervenuto a sostegno del mercato. Shanghai è arrivata a guadagnare oltre il 5,9%, poi ha chiuso a +4,54 mentre Shenzhen si avvia a segnare un + 4,06%. L’Agenzia Nuova Cina festeggia il rimbalzo con la foto di un saltatore con l’asta.

salto

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Forse la Borsa è arrivata al top. Nonostante i provvedimenti delle autorità per sostenerla, si susseguono le brusche cadute!

Oggi l’Indice composito ha perso il 5,9%; in meno di un mese, dal picco del 12 giugno, i titoli hanno perso oltre il 30%. Scendono anche le altre Borse, da Hong Kong a Tokyo.

1330 imprese sono sospese dalle contrattazioni. Il problema è che le azioni sono state date in pegno alle banche per ottenere prestiti. Se le quotazioni scendono, le garanzie non sono più sufficienti.

La China Securities Regulatory Commission, l’organo di controllo della Borsa, ha dovuto ammettere che «c’è un senso di panico che aumenta le vendite irrazionali di titoli». Per molti mesi la stampa statale aveva incitato gli investitori a scommettere sul «Toro». Ora che le forze del libero mercato stanno prevalendo, il Partito-Stato resta il grande sconfitto.

In Cina, è stato calcolato, la popolazione si è indebitata per 370 miliardi di dollari per acquistare alla cieca azioni in Borsa. E ha usato gli stessi titoli come garanzia di collaterale.

bad day

Gran brutto giorno per i piccoli investitori

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Comunque lunedì 6 luglio si era delineata una stabilizzazione con il benchmark Shanghai Composite Index che era salito del 2.41%. Si trattava del primo significativo incremento nel corso delle ultime 3 settimane. Sinopec and PetroChina e le grandi banche avevano sfiorato un aumento del 10%. Un forte flusso di denaro proveniente da investitori istituzionali si era riversato su questi colossi, influenzando gli indici.

 Diverso l’andamento per le piccole compagnie. Lo Shenzhen Component Index e il Nasdaq-style ChiNext Index, che monitorizzano le aziende più piccole e le start-up hanno perso 1.39% e 4.28% rispettivamente.

Male Hong Kong con il benchmark Hang Seng Index in calo del 3.18%. Qui ha però pesato l’incertezza della situazione greca.

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Alla apertura del 28 maggio, Lo Shanghai Composite Index è arrivato alla soglia dei 5000 punti, un livello mai toccato dal 2008. Dall’inizio del 2015, ciò significa un più 48% e da un anno fa un incremento del 140%. La chiusura però ha segnato un tonfo del 6.5%. Dopo un venerdì piatto, il lunedì 1 giugno ha portato un rimbalzo del 4.5%, mentre il martedì è stato piatto. Dietro il mercato azionario, c’è la mano del governo di Pechino e forse dello stesso Xi Jinping. L’agenzia statale “Xinhua” ha scritto che il Toro combatterà nel lungo periodo e che un momentaneo ridimensionamento permetterà al mercato di andare più lontano.

In una intervista al Quotidiano del popolo del 25 maggio a un autorevole personaggio (anonimo), questi dichiarava: “La chiave per una crescita stabile, allo stadio a cui siamo arrivati, dipende dalla capacità di trasferire il risparmio agli investimenti effettivi. Non preoccupatevi di uno o due punti in meno nel Pil, l’importante è che più risparmio dei privati diventi investimento”. Poche ore dopo Pechino annunciava un piano per 1043 nuove infrastrutture, dalle autostrade ai ponti, alle ferrovie, agli aeroporti, da finanziare con 1970 miliardi di yuan (317 miliardi di dollari) che saranno raccolti con partnership pubblico-privato.

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Il grande balzo dei vari benchmark della Cina continentale è stata favorita dal re-rating del mercato da parte degli operatori internazionali che hanno maggiori possibilità di accesso a questo enorme mercato. Lo Stock Connect tra Shanghai e Hong Kong ha prodotto rapidamente i suoi effetti, dopo un inizio al rallentatore; per di più ci sono ulteriori previsioni di maggiore presenza dei titoli cinesi nei portafogli internazionali, data la possibilità di un ulteriore collegamento con la piazza di Shenzhen.

Le A-share hanno fatto registrare un autentico rally. La Borsa di Shanghai negli ultimi 6 mesi è cresciuta del 70% ed ha toccato i 4175 punti che non raggiungeva dal 2008. Lo Shanghai Stock Exchange ha una capitalizzazione di mercato di 5200 miliardi di dollari. Anche Hong Kong è stata trascinata nella corsa ed ha una capitalizzazione di 3900 miliardi di dollari

Il CSI300, un benchmark interno cinese, è passato in pochi mesi da un p/e di 12 all’attuale 18,7. Non siamo ancora in una situazione di ipercomprato, ma il mercato non è più a sconto. L’indice Hang Seng, rappresentativo del mercato di Hong Kong, è caratterizzato da un p/e minore di 12 ed è posizionato sui livelli relativamente bassi ed ha quindi ampie possibilità di ulteriori rialzi. I volumi giornalieri in miliardi di dollari di Hong Kong sono di 270 nella Borsa della regione autonoma.

La voce ufficiale del governo di Pechino, il Quotidiano del Popolo, nella edizione dell’1 aprile, ha salutato con entusiasmo “l’estate della Borsa”. “Le azioni delle grandi banche nazionali, quelle dei settori dell’acciaio, ingegneria meccanica, immobiliare e software hanno mostrato una positiva tendenza al rialzo”. Il risultato è stato che nei primi due giorni  di aprile si è avuto un milione di nuovi investitori, facendo salire a 13 milioni i nuovi investitori negli ultimi sei mesi. Sulla piazza cinese si contano ora 190 milioni di account azionari.

La febbre borsistica ha contagiato soprattutto i cinesi comuni: un immenso parco buoi richiamato dal colore rosso che simboleggia la fortuna e viene usato per il mercato toro, mentre il mercato orso è rappresentato dal verde. Si può parlare di “bolla”? Cosa succede se il parco buoi viene preso dal panico? Il Quotidiano del Popolo vede rischi di breve termine, in quanto, dopo questo rialzo, una pausa è fisiologica. Successivamente però ci sarà una lenta crescita, di cui beneficerà la economia cinese.

Eppure i dati economici continuano a segnalare un rallentamento della economia cinese che ha indotto la People’s Bank of China a operare due successivi tagli del tasso di sconto a partire dal novembre 2014. Nel primo trimestre 2015, la crescita è stata del 7% contro il 7,3% del quarto trimestre 2014. Soffrono la produzione manifatturiera ed edilizia. Si dice che ci siano oltre 400 milioni di metri quadri di case invendute. Per alimentare la euforia della Borsa, si parla però di nuovi grandi programmi di spesa pubblica in infrastrutture, come ferrovie da alta velocità ed aeroporti. Si scommette altresì su ulteriori tagli dei tassi.

La Borsa di Shanghai ha una lunga storia che risale alla Prima Guerra dell’Oppio del 1842, vinta dagli inglesi sull’impero cinese. Nel 1846 iniziò lo scambio delle azioni. Nel 1930 Shanghai era diventato il centro finanziari dell’Estremo Oriente. L’occupazione giapponese del 1941 bloccò le operazioni che ripresero nel 1946, ma cessarono nel 1949 con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Fu Deng Xiaoping che fece riaprire la Borsa il 19 dicembre 1990.

Nel periodo dal 2007 al 2008 la Borsa visse un periodo turbolento. Nell’ottobre 2007, l’indice toccò il record storico di 6124 punti, triplicando il valore rispetto al 2006; però a fine 2008 crollò a 1800 punti. Chi riuscì ad uscire prima del crollo si ritrovò ricco, mentre gli altri furono rovinati.

Servirebbe la sfera di cristallo per sapere cosa ci riserva il futuro, ma occorre stare in guardia.

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A partire da lunedì 11 maggio 2015, i tassi sui finanziamenti a un anno scendono di 0,25 punti percentuali, cioè al 5,1%, e quelli sui depositi, tagliati dello stesso ammontare, al 2,25%. E’ il terzo taglio in sei mesi. Il taglio precedente aveva avuto luogo a fine febbraio. Secondo la banca centrale, il taglio aiuterà lo sviluppo della economia, che è in frenata. Probabili ulteriori tagli se la economia resterà debole. La crescita del 7% del primo trimestre 2015 è per la Cina la più bassa degli ultimi sei anni. Evidentemente la People’s Bank of China è vigile e ogni intervento favorisce la Borsa, oltre che l’economia! Prezzi delle azioni più elevati permettono alle società quotate di finanziarsi attraverso la Borsa e di ridurre la dipendenza dal debito.

Anche la Cina è preoccupata dei rischi di deflazione! L’indice dei prezzi al consumo è sceso a circa 1.5%, mentre l’indice dei prezzi alla produzione è stato in deflazione per mesi.

Eppure, dal punto di vista degli investimenti, lo scenario non è del tutto negativo. L’azionario cinese dovrebbe trarre vantaggio dalla liberalizzazione del mercato e dalle politiche monetarie più incisive.

Inoltre, la People’s Bank of China incoraggia le banche ad acquistare obbligazioni emesse dagli enti locali fortemente indebitati, per permettere a questi di continuare a spendere in infrastrutture, frenando l’impatto derivante dalla frenata del settore immobiliare e manufatturiero.

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 La legislazione sempre più favorevole ai risparmiatori e l’ottimismo sempre più diffuso sui mercati internazionali ha determinato una autentica euforia ed una crescita dei vari indici borsistici locali tra il 40% ed il 145%. Si tratta però di un boom che comincia a mostrare una forte volatilità.

Il gruppo Zhuhai Zhongfu, produttore di bottiglie, dopo un aumento della quotazione del 125% da inizio anno, è finito in default. Già China Baoding Tianwei (a controllo statale) ha dichiarata la insolvenza su un bond ad aprile, seguita da la Cloud Live.  Il terzo caso di insolvenza su un bond è sembrato un campanello d’allarme ed ha determinato un tonfo del 6.5% della Borsa cinese. Dopo un venerdì piatto, lunedì 1 giugno 2015 l’indice è risalito del 4.5%.   C’è però in Cina un grave problema: il fortissimo indebitamento delle imprese, aumentato dal 98% del Pil nel 2007 al 155% del Pil del 2014, a cui si contrappone un debito pari al 19% del Pil a livello di paese. Questa enorme quantità di fondi è arrivata sia dalle banche tradizionali, sia dal sistema bancario ombra che, secondo Moody’s, ammonta ormai al 66% del Pil. Con il rallentamento dell’economia cinese questo fardello rischia di diventare più pesante. Sono bastate alcune misure per frenare la crescita del credito per causare insolvenze nel mercato dei bond. Nelle banche stanno poi aumentando velocemente i crediti in sofferenza. E ora che succederà? Gli investitori scommettono su una crescita dell’afflusso di fondi dall’estero, perché i mercati cinesi dovrebbero aumentare il loro peso negli indici Msci. Infine molti sono convinti che un paese che ha 3300 miliardi di riserve valutarie e un debito pubblico esiguo può gestire agevolmente qualsiasi problema strutturale.

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 Xi Jinping, presidente della Repubblica Cinese

 

 liIl primo ministro Li Keqiang

Preoccupa fortemente il fatto che il fatto che a investire in Borsa o a dare garanzie alle banche locali siano state anche le 31 province del Paese. Standard & Poor’s da almeno un anno ripete che le emissioni di 15 di esse sono spazzatura, perché, «secondo i criteri della società americana di rating, presentano caratteristiche speculative».

Aggiunge inoltre che tutti e tre i governi delle province del Nord-Est della Cina si trovano in questa situazione anche a causa di una trasparenza fiscale debole e della loro situazione di liquidità.

Stando ai dati ufficiali il debito complessivo delle amministrazioni locali è 17.900 miliardi di yuan (quasi 2.700 miliardi di euro).

Soltanto la provincia più ricca, quella del Guangdong, ha un passivo di mille miliardi di renminbi (oltre 150 miliardi di euro).

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