RIBILANCIAMENTO DELL’ECONOMIA CINESE

 

David Dollar, un esperto del Brooking Institute, parla di Ribilanciamento della economia cinese, in un intervento sul sito del Fondo monetario internazionale.

L’integrazione della Cina nell’economia globale ha avuto un effetto enorme sia in termini di volume che di struttura del commercio mondiale. Ma ormai è alle spalle la crescita a doppia cifra degli ultimi anni: da una crescita dell’11% si è passati ad una crescita inferiore all’8%. Una crescita dell’11% annuo significa un raddoppio dell’economia ogni 6-7 anni. Un impatto di grandi proporzioni, non solo a livello di paese, ma anche di individui. Parallelamente al raddoppio a livello di paese, c’è infatti un raddoppio a livello di famiglie: un grande miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

L’economia cinese era proiettata verso le esportazioni, le infrastrutture, la manifattura. Quello che sta avvenendo è un ribilanciamento verso i consumi interni. Si deve passare dalle esportazioni ai consumi interni, dalla manifattura ai servizi.

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Le importazioni della Cina si stanno riducendo da un lato a causa del rallentamento della crescita e del riequilibrio in atto,  dall’altro a causa dei movimenti verso l’alto della catena del valore e della strategia di import substitution. Se nel 2000 i componenti importati costituivano quasi il 55% delle esportazioni cinesi, oggi arrivano al 35%. La Cina sta quindi incrementando il suo valore aggiunto, così le supply chain globali perdono di rilevanza, mentre aumentano sempre più le reti di produzione locali. Questi cambiamenti hanno un effetto frenante sulla crescita complessiva del commercio globale.

Negli ultimi dieci anni la Cina ha svolto il ruolo di stimolo della domanda nei mercati emergenti. A causa di questo, con il ribilanciamento dell’economia cinese e con il cambiamento del suo ruolo nelle supply chain globali, i paesi emergenti che dipendevano dalla forte domanda cinese saranno obbligati ad adattarsi di conseguenza.

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Nonostante il rallentamento della economia cinese, i consumi non scenderanno, anzi l’enfasi della politica economica è posta sullo sviluppo del mercato interno. La Cina di Xi Jinping non vuole dipendere totalmente dalle esportazioni verso l’estero, ma pone al centro della sua azione la lotta alle diseguaglianze. Si è cominciato a pubblicare anche a Pechino l’indice di Gini che misura il grado di disparità nella società. Nei prossimi anni, l’urbanizzazione dovrebbe accompagnarsi a maggiori consumi e all’accesso a nuovi servizi come la sanità. Le classi medie continueranno a crescere, non si sa a quale ritmo.

Il fatto che la Cina da paese prevalentemente produttore cominci ad essere anche paese consumatore rappresenta un potenziale stimolo per il Made in Italy. Le imprese del food, della ceramica, dell’automotive possono trarne benefici.  Frena invece il mercato del lusso. La campagna contro la corruzione e per la sobrietà dei funzionari di partito. Sono quindi stati ridotti i “regali di rappresentanza” che hanno rappresentato una opportunità per le case italiane e francesi del lusso. Si sta comunque creando spazio per vendere prodotti e servizi per la modernizzazione e la crescita sostenibile.

 

 

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Intanto, però, la crisi è ormai un fatto acquisito, anche se i governanti cinesi ricorrono a stimoli per rinviare il problema. Un sintomo di malessere è rappresentato dal dilagare degli scioperi, favorita dalla crescente sindacalizzazione del paese. Emblematico lo sciopero alla Yue Yuen, produttore di scarpe per i maggiori marchi mondiali, che ha bloccato la produzione per tre settimane. I dipendenti hanno visto riconosciuti i loro diritti, ma i proprietari taiwanesi stanno esaminando la possibilità di trasferire nel Sudest asiatico. Questo è la stretta di fronte a cui si trova la Cina: rispondere alla mobilitazione operaia, concedendo migliori salari e favorendo la crescita dei consumi, senza perdere di competitività rispetto agli altri paesi in via di sviluppo.

Ulteriore problema è il calo demografico: nel 2013, la popolazione in età lavorativa è per la prima volta diminuita e serviranno anni per invertire la tendenza.  Ciò penalizza la crescita.

La Cina è alle prese con una bolla nel settore immobiliare. Nel primo trimestre dell’anno, secondo i database del Fmi, i prezzi degli immobili sono aumentati del 17,5% su base annua.

L’economia mondiale potrebbe trovarsi presto di fronte ad un nuovo spauracchio:  una crisi finanziaria della Cina

Non va dimenticato però che la politica ha il controllo della Banca centrale, che ha una potenza di fuoco in grado di incidere in maniera importante sui mercati finanziari. Le nuova autorità di Pechino sono di fronte ad una prova importante, ma i criteri di selezione della classe dirigente sono molto rigorosi.

Il governo cinese è intervenuto con misure importanti, come il taglio delle tasse per le piccole imprese e l’annuncio di nuovi investimenti per accelerare la costruzione di ferrovie.

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L’autosufficienza e sicurezza alimentare è in testa alle preoccupazioni dei dirigenti cinesi. L’obiettivo è assicurare alla numerosa popolazione consumi alimentari di tipo occidentale. In 30 anni, il consumo di calorie del cinese medio è aumentato del 40% e si prevede continuerà a crescere. La Cina, oltre ad essere il primo importatore mondiale di materie prime, diventa anche il primo consumatore di alimenti prodotti all’estero.

Sia colossi privati sia grandi gruppi pubblici cercano di acquistare terra, aziende agricole e industrie alimentari nel mondo. Gruppi cinesi acquistano terreni agricoli in Australia, Nuova Zelanda, Africa, America Latina, Est Europa.  Coltivazioni di cereali e zucchero, frutteti, vigneti ed allevamenti sono nel mirino.

La conseguenza a livello planetario è che le quotazioni di sementi, concimi ed antiparassitari sono fortemente cresciute, così come i prezzi dei terreni e le tariffe dell’acqua. La piccola e media agricoltura nel mondo sono in difficoltà nel reggere la concorrenza cinese.

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