BRUSCA FRENATA PER L’ECONOMIA CINESE (agosto 2012)

Gli ultimi dati macroeconomici cinesi mostrano una crescita delle esportazioni non superiore all’1% (dal +11.3% di giugno), mentre gli analisti si attendevano un +8%. Il risultato é stato determinato soprattutto dalla caduta del 16.2% delle esportazioni verso l’Unione Europea, mentre le esportazioni verso gli Usa sono rimaste stabili.

Nei primi sette mesi dell’anno, le vendite negli Stati Uniti sono aumentate dell’11%, ma le esportazioni verso l’Europa sono diminuite del 4%.

A luglio, il surplus della bilancia commeriale é stato di 25.1 miliardi di dollari, mentre a giugno era stato di 31.7 miliardi di dollari.

Gli esperti  non prevedono significativi miglioramenti nel terzo trimestre. E’ improbabile che la domanda estera sostenga le esportazioni del dragone. D’altra parte, stimoli massicci ed un allentamento del controllo sul settore immobiliare sono improbabili, dopo l’esperienza degli incentivi del 2009, che hanno causato forti aumenti di prezzi. Si agirà con maggiore prudenza.

Gli ivestimenti diretti in Cina in luglio sono diminuiti dell’8,7% a 7,58 miliardi di dollari, il livello più basso dal luglio 2010. I grandi fornitori di materie prive australiani stanno rinviando gli investimento, perché prevedono una domanda debole da parte della Cina.

L’unico dato positivo é rappresentato dall’indice dei prezzi al consumo (CPI = Customer Price Index), una misura chiave dell’inflazione, che in luglio é cresciuto dell’1.8% su base annuale, il valore più basso da febbraio 2010.

Il tema é trattato in un articolo apparso il 9 agosto sul portale web ufficiale del governo cinese.

L’indice dei prezzi alla produzione (PPI = Production Price Index), la principale misura dell’inflazione all’ingrosso é diminuita del 2.9% in luglio rispetto ad un anno fa.

Questo quadro lascia spazio al governo per allentare il credito per stimolare l’economia. Ma bisogna evitare significativi riflessi sui prezzi, finalmente sotto controllo.

Già la Banca Centrale ha abbassato due volte i tassi sui prestiti ed i depositi ed ha pure abbassato i requisiti di riserva obbligatoria. Si ritiene possibile un ulteriore abbassamento dei requisiti di riserva obbligatoria nel corso dell’anno.

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Un articolo di China Daily del 23 agosto affronta il tema dei recenti stimoli monetari.

La Banca Centrale della Cina ha pompato una quantità record di liquidità nel mercato monetario questa settimana, il 21 agosto, attraverso operazioni di mercato aperto. Con due pronti contro termine a 7 e 14 giorni, é stata immessa liquidità per 220 miliardi di yuan (circa 34 miliardi di dollari), una misura cosiderata sufficiente dalla banca centrale e che esclude una ulteriore manovra espansiva dal lato della riserva obbligatoria.

Zhou Xiaochuan, il governatore della banca centrale, mercoledì notte ha detto che la banca non rinuncerà ad usare strumenti monetari per stimolare l’economia in rallentamento, in risposta a una domanda se la banca centrale preferisca le operazioni di mercato aperto al taglio dei tassi di interessi di riferimento o il coefficiente di riserva obbligatorio.

E.Yongjian, un analista finanziario della Banca delle Comunicazioni, ha detto: “Il risultato delle operazioni di mercato aperto della banca centrale ha lo stesso effetto di un abbassamento del coefficiente di riserva obbligatorio nel breve termine, riducendo così le aspettative di un imminente  provvedimento    di tale tipo”.

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Un articolo del New York Times dell’11 agosto 2012, a firma Tyler Cowen, professore di economia alla George Mason University, afferma che la Cina é alle prese con gravi problemi economici e che la soluzione di questi influenzerà la situazione nel resto del mondo.

La bolla nel settore immobiliare si sta sgonfiando. Ma l’economia cinese soffre di un eccesso di capacità, un eccesso di investimento in beni capitali, sia fabbriche, sia negozi al dettaglio, sia infrastrutture.

L’economia keynesiana ritiene che la domanda aggregata – la somma di consumi, investimento, spesa pubblica ed esportazioni nette – é la base per la stabilità e che il governo può e dovrebbe intervenire in tempi difficili. Ma il punto di vista austriaco, sviluppato dagli economisti austriaci Ludwig vov Mises e Friedriech A. Hayek e sostenuto oggi da molti libertari e conservatori, enfatizzano come spesso la politica del governo renda le cose peggiori, non migliori.

Economisti di tutte le tendenze concordano che la Cina può andare incontro ad una caduta. J.M.Keynes enfatizzò negli anni ’30 i pericoli delle bolle speculative e la Cina sembra averne avuta una nel settore immobiliare.

I keynesiani argomenterebbero che Pechino ha gli strumenti per stimolare la domanda aggregata. Potrebbe, per esempio, aggiustare i tassi di interesse ed i requisiti di riserva obbligatoria, dare istruzioni alle banche statali di continuare a fare prestiti o mettere in campo una parte delle sue riserve in valuta estera che ammontano a 3000 miliardi di dollari. Il governo sembra avere molti progetti di costruzioni e infrastrutture pronti a partire che potrebbero aiutare l’economia a scivolare verso un atterraggio morbido e quindi rimbalzare.

Il punto di vista austriaco introduce alcune considerazioni più allarmanti. La Cina ha investito dal 40% al 50% del suo reddito nazionale. Ma é difficile investire tanto denaro saggiamente, particolarmente in un ambiente di favoritismi economici. E, per cominciare, questo tasso di investimento é artificialmente alto.

Pechino é accusata di manipolare il valore della sua moneta, il renmimbi, per sostenere il suo settore manufatturiero. Il governo inoltre incanala il risparmio nazionale verso il sistema bancario nazionale e garantisce sussidi ai soggetti economici   politicamente favoriti e sembra ossessionato dalla costruzione di infrastrutture. Tutto ciò spinge l’economia in direzioni molto particolari.

L’approccio austriaco fa salire la possibilità che non ci sia modo per la Cina di avere successo con i suoi troppo sovvenzionati investimenti. In un primo momento, essi creano quantità di posti di lavoro e reddito, ma via via che il ciclo delle attività procede, nuovi investimenti marginali diventano meno validi e più soggetti ad allocazione per corruzione. Le vertiginose fasi espansive dei primi tempi si affievoliscono e improvvisamente non ogni decisione sembra saggia. La combinazione può condurre ad un collasso economico  – non perché la domanda aggregata sia troppo basso, ma perché l’economia ha prodotto  un insieme sbagliato di beni e servizi.

Per mantenere i suoi investimenti efficaci, il governo cinese continuerà certamente ad usare mezzi politici, come sostenere le compagnie in crisi con crediti dalle banche statali. Ma che queste aziende sopravvivano o no, gli investimenti stessi sono stati uno spreco ed alla fine danneggeranno l’economia. Secondo il punto di vista austriaco, il governo ha meno capacità di mettere a posto le cose che secondo le teorie keynesiane.

Inoltre, sta diventando più difficile stimolare l’economia    in modo efficace. Il flusso di fondi in uscita dalla Cina ha accelerato recentemente  e la tendenza può continuare allorché il governo liberalizza il mercato dei capitali ed allorché le attività cinesi diventano più internazionali e imparano a sottrarsi al sistema. Ancora, riflettendo un tema centrale delle teorie economiche austriache, le forze di mercato mandano all’aria o rifiutano di validare i modelli di investimento preferiti dallo stato.

Per le economie occidentali, la visione keynesiana é molto più popolare che la visione austriaca tra gli economisti ella corrente principale. La visione austriaca trova difficile spiegare come tanti investitori  siano stati indotti in illeciti investimenti, specialmente data la tradizionale prospettiva austriaca che i mercati sono abbastanza efficienti nell’allocare le risorse. Ma la Cina ha conosciuto un così estremo ed accentuato sovvenzionamento degli investimenti che la prospettiva austriaca può applicarsi là in maggiore grado.

La visione ottimistica é che la capacità cinese in eccesso e l’eccesso di costruzioni sono gestibili – che gli eccessi di investimenti in atto saranno sostenuti, ma non dovranno essere sostenuti troppo a lungo. Secondo questa visione, l’economia cinese abbastanza presto crescerà abbastanza naturalmente supportando la sua attuale struttura di capitale ed i suoi ribassi saranno semplici intoppi, non crolli.

La visione pessimistica é che i problemi sono così grandi che i tentativi del governo di sostenere i suoi investimenti con ulteriori sussidi potrebbe limitare il consumo e distorcere a tal punto l’allocazione delle risorse  che l’economia cinese arriverà alla stagnazione. Secondo questa visione, i mezzi politici per allocare gli investimenti arriverebbero a dominare le forze di mercato, il proposto “riequilibrio economico” dell’economia cinese verso il consumo interno diventerebbe un lontano ricordo e la Cina troverebbe ancora maggiori difficoltà nell’aprire il mercato di capitali e liberalizzare l’economia. Dato che già la Cina si trova ad affrontare la competizione di nazioni dove i salari sono più bassi e che la sua popolazione sta invecchiando, la nazione potrebbe non ritornare al suo precedente cammino di crescita.

Non c’é giuria. Ma agli occhi dell’autore dell’articolo, possiamo ben trovare una significativa e durevole turbativa, più vicina a quello che predirebbe la scuola austriaca. E’ opportuno considerare una più ampia prospettiva storica: quante volte nella storia del mondo ci sono stati paesi che anno goduto di più di 30 anni di crescita estremamente rapida senza un grande crollo economico lungo il cammino? Si può essere ottimisti intorno alla Cina nel lungo termine e tuttavia essere preoccupati per la prossima fase nel suo ciclo economico.

In ogni modo, la Cina ha sorpreso il mondo molte volte finora  – ed é probabile che lo sorprenda ancora.

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Forse, per risolvere i problemi della economia cinese, conviene ricorrere alle antiche danze di preghiera, tradizionalmente usate per implorare un buon raccolto.

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