IL VILLAGGIO PIU’ ROSSO

Un video del New York Times di Johnan M. Kessel  e Edward Wong illustra la scelta controcorrente del villaggio di Nanjiecun: un villaggio in apparenza simile a molti altri piccoli villaggi cinesi, ma in realtà molto diverso. Nanjiecun ha fatto la scelta di ritornare ad una visione retrograda dell’organizzazione economica, basata sul collettivismo maoista.

I residenti sono svegliati la mattina dalla musica di “L’oriente é rosso”  risalente ai tempi di Mao Zedong (una volta si scriveva: Mao Tsetung). Nella piazza principale del paese c’é una statua di Mao Zedong  e sono celebrati gli altri grandi esponenti del marxismo: Marx, Lenin, Stalin.

Da comunità agricola che lotta il paese è diventato una “città fabbrica”, secondo il modello delle comuni maoiste. Nell’intervista, il segretario locale del partito, Wang Hongbin, esordisce ricordando che, nel pensiero di Mao, “servire il popolo” é il principio fondamentale. Perciò, sono state annullate le privatizzazioni ed i redditi che affluivano ai privati sono stati messi in comune. Ci sono 26 imprese tutte basate sul collettivismo. Si è visto che il modello collettivista é il più adatto per  Nanjiecun. Secondo Wang Hongbin, non ci sono le diseguaglianze tra ricchi e poveri che caratterizzano altri villaggi.

Due persone anziane, intervistate, si dichiarano soddisfatte: hanno un posto per vivere, l’educazione é gratuita, le cure mediche sono gratuite; anche se i salari sono bassi, ciò è compensato dagli altri vantaggi.

La stampa cinese però sostiene che la presunta efficienza del modello maoista di Nanjiecun è un inganno. Alla base dell’organizzazione del villaggio c’é lo sfruttamento del lavoro a basso costo degli immigrati e la concessione di 250.000 dollari di prestiti da parte delle grandi banche statali.

Wang Hongbin riconosce che vengono impiegati lavoratori immigrati, ma afferma che il debito non costituisce un problema. Nel 2008 il prodotto combinato delle attività del villaggio é stato di 2.9 milioni di renmimbi, a fronte di un debito di 1.6 milioni di renmimbi.Non é vero che le 26 imprese hanno chiuso i battenti.

E’ un caso emblematico che merita di essere citato, quando scoppia la bomba della rimozione di Bo Xilai, il carismatico segretario del Pcc di Chongqing.  Da un paio di anni,  Bo era balzato agli onori delle cronache per aver sgominato la potente mafia che da anni imperversava a Chongqing, una municipalità dell’entroterra con una trentina di milioni di abitanti. Figlio di Yi Bo, un eroe della Lunga Marcia, Bo Xilai era ambizioso ed aspirava ad occupare uno dei nove posti del Comitato Permanente del Politburo, il massimo organo supremo del Partito Comunista Cinese.

A tale scopo Bo Xilai aveva messo in scena una aggressiva campagna elettorale con discorsi, tripudio di bandiere e canzoni patriottiche, come ai tempi della Rivoluzione culturale. Nei suoi discorsi sapeva ancora parlare il linguaggio mistico del maoismo della prima ora ed aveva denunciato il divario tra povertà e ricchezza nella società cinese. Sosteneva che la crescita economica poteva essere perseguita senza creare forti disuguaglianze.

Le sue critiche pubbliche, anche se implicite, non erano conformi allo stile della leadership cinese, abituata a gestire i contrasti nelle silenziose stanze della Città Proibita.

Probabilmente Bo ha pagato per le sue responsabilità nello scandalo che ha travolto il suo braccio destro ed ex capo della polizia di Chongqing, arrestato per corruzione, dopo essersi rifugiato per una notte nel consolato americano di Chengdu. Deve avere comunque pesato il contrasto tra il suo modello di sviluppo e quello sostenuto dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao.

Dietro questa lotta di potere ci sono probabilmente la situazione economica piena di incertezze ed i malumori per le diseguaglianze prodotte dalla modernizzazione che Bo Xilai ha cercato di rappresentare con una campagna demagogica: probabilmente questo gli é stato fatale.

Già la ribellione di Wukan in settembre (leggere post: https://giannicristiani.wordpress.com/2011/12/17/una-protesta-dallesito-incerto-un-caso-emblematico/) aveva rivelato l’esistenza di un rabbioso malessere sociale.

I nuovi leader, Xi Jinping e Li Keqiang, destinati a prendere possesso delle loro cariche all’inizio del 2013, si troveranno di fronte ad una situazione economica difficile. La crisi delle grandi economie occidentali non poteva non avere ripercussioni in un grande paese esportatore come la Cina. La decisione di perseguire una crescita del Pil del 7,5% per l’anno in corso rappresenta una forte discontinuità rispetto all’obiettivo del 10% degli anni scorsi.

Il mondo osserva preoccupato i conflitti di potere ed i problemi economici del gigante cinese.

Bo Xilai

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